I funghi e la grandine: quando il cielo "diventa" di ghiaccio
Il temporale è passato. E il cercatore sale lungo il sentiero convinto di trovare il bosco pronto: la lettiera gonfia d'acqua, l'odore di terra bagnata che di solito promette funghi. Trova invece foglie strappate dappertutto, rametti spezzati, il verde tenero degli apici caduto a terra come dopo una potatura brutale. E, tra i detriti, un porcino spaccato in due dal ghiaccio. Non tutte le piogge sono uguali, e la grandine non è una pioggia.
Nel linguaggio degli appassionati si ripete spesso che «dopo un bel temporale estivo i funghi partono». È vero, ma solo a metà. Una pioggia calda e abbondante può risvegliare il micelio e innescare una fruttificazione rigogliosa; una grandinata violenta può invece compromettere, o quantomeno rallentare, l'intero processo. La grandine non è una variante solida della pioggia: è un fenomeno di rottura, un disturbo improvviso capace di modificare l'equilibrio del bosco anche là dove tutto sembrava pronto per la nascita dei funghi. In un'epoca in cui gli eventi estremi si fanno più intensi, leggere questi segni è ormai parte della sensibilità del cercatore moderno. Non conta solo sapere se domani nasceranno i porcini, ma imparare anche a leggere il paesaggio.

Come si forma la grandine?
La grandine si origina nel cuore delle nubi temporalesche più sviluppate in verticale, i cumulonembi, che possono raggiungere anche i 12-14 chilometri di quota. Tutto ha inizio quando una massa d’aria calda e umida si solleva rapidamente dal suolo, per effetto di un fronte instabile o del forte riscaldamento del terreno, generando moti convettivi intensi. Le gocce d’acqua vengono trascinate verso le zone più fredde della nube. È utile distinguere due passaggi che spesso vengono confusi: la goccia nasce quando il vapore acqueo condensa attorno a microscopici nuclei sospesi nell’aria, come polveri, pollini o sali; più in alto, dove la temperatura scende sotto lo zero, l’acqua può congelare attorno a nuclei di ghiacciamento, dando origine ai primi embrioni di grandine. Da quel momento, la crescita del chicco dipende dalla forza delle correnti interne al cumulonembo. Le correnti ascensionali lo riportano più volte verso l’alto, mentre la gravità tende a farlo ricadere. A ogni passaggio attraverso zone ricche di acqua sopraffusa, cioè ancora liquida pur trovandosi sotto lo zero, il chicco incorpora nuovo ghiaccio e aumenta di dimensione. Non cresce in modo ordinato, ma per cicli successivi, dentro una nube agitata da spinte verticali, collisioni e congelamenti rapidi. Quando diventa troppo pesante per essere sostenuto dalle correnti ascensionali, precipita al suolo sotto forma di grandine.

Quando il chicco diventa troppo pesante per essere sostenuto dalle correnti, precipita. Il riscaldamento globale interviene in questo meccanismo in modo più sottile di quanto si possa pensare. Un'atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo e cede più energia ai temporali, alimentando correnti ascensionali mediamente più forti, che sono le condizioni ideali per far crescere i chicchi di grandine. Allo stesso tempo, però, l'innalzamento della quota dello zero termico fa sì che i chicchi più piccoli si sciolgano prima di raggiungere il suolo. Il risultato non è tanto "più grandine", ma una grandine diversa: ci saranno meno chicchi minuti e più chicchi grandi e distruttivi. I modelli indicano una diminuzione della grandine di piccola taglia e un aumento, anche marcato, di quella oltre i cinque centimetri, mentre il numero di giorni con grandine mostra tendenze incerte e molto variabili da regione a regione.

Dove cade la grandine in Italia? E perché?
Il territorio italiano non viene colpito in modo uniforme e la ragione sta tutta nella sua geografia: due sistemi montuosi profondamente diversi e un mare caldo che funge da serbatoio d'umidità. Alpi e Appennini non sono la stessa cosa e comprenderne i ruoli spiega perché alcune valli grandinano quasi ogni estate e altre quasi mai. La Pianura Padana è il motore. Chiusa a nord e a ovest dall'arco alpino, delimitata a sud dall'Appennino e aperta solo verso l'Adriatico, la Pianura Padana ha la forma di una conca che d'estate intrappola calore e umidità per giorni interi. È il combustibile: aria calda e satura negli strati bassi, energia convettiva che si accumula (la famosa CAPE che i previsori misurano con i radiosondaggi). Manca solo l'innesco e a fornirlo sono i rilievi. Quando una lingua d'aria fresca in quota scavalca le Alpi e si infila sopra questo substrato rovente, il contrasto termico esplode e, nelle ore pomeridiane, le brezze che risalgono i versanti convergono sulle Prealpi, dando vita a temporali con una regolarità quasi quotidiana nei mesi più caldi. Non è un caso che, ad esempio, tra il 2020 e il 2025, nell'area padana siano stati osservati chicchi di grandine fino a 12 centimetri, con danni valutati in centinaia di milioni di euro.
Le Alpi lavorano dunque su due fronti: fanno da barriera, sigillando la conca e trattenendo l'umidità, e da rampa di lancio, perché è contro il loro fianco che l'aria della pianura viene costretta a salire. Il punto è che la fabbrica della grandine non sono le alte cime, ma la fascia prealpina, all'incirca tra i seicento e i duemila metri. È qui che si concentrano i corridoi più colpiti d'Europa: l'anfiteatro insubrico dei grandi laghi, dal Varesotto al Comasco alla Brianza fino al Bergamasco e al Bresciano affacciato sul Garda, dove gli specchi d'acqua aggiungono vapore e creano linee di convergenza; la pedemontana veneta del Vicentino, del Trevigiano e del massiccio del Grappa; e il Friuli occidentale, tra Pordenonese e Prealpi Carniche e Giulie, statisticamente una delle aree più grandinigene del continente.

L'Appennino è un'altra macchina. Più basso e disposto per il lungo della penisola, separa il versante tirrenico da quello adriatico invece di chiudere una conca. Il suo bordo settentrionale, la pedemontana emiliano-romagnola da Piacenza a Bologna fino alla Romagna, non è che il margine meridionale dello stesso corridoio padano, e grandina di conseguenza. Sul lato adriatico il meccanismo cambia: sono i fronti freddi atlantici che, valicando la dorsale, incontrano l'aria mite e umida del mare e scaricano su Marche e Abruzzo. L'Appennino centrale interno vede temporali estivi con grandine anche medio-grossa, ma di rado raggiunge le taglie mostruose del Nord, perché manca l'accumulo di umidità nei bassi strati che solo la conca padana sa produrre. Più a sud e sulle isole gli episodi restano sporadici, ma sono in crescita: un Mediterraneo con temperature superficiali di diversi gradi sopra la media alimenta supercelle un tempo rarissime, soprattutto in autunno. Qui entra la variabile che di solito si trascura, e che per chi cerca funghi conta più di ogni mappa: la quota. La grandine nasce sopra la quota dello zero termico e, scendendo, fonde in tutto lo spessore d'aria calda che deve attraversare. In un'estate normale quell'isoterma si colloca sulle Alpi intorno ai 3200–3600 metri; nelle ondate di calore degli ultimi anni è salita stabilmente sopra i 4000, con punte oltre i 4500. Più è alta, più profondo è lo strato in cui i chicchi si sciolgono, e più lungo il tragitto caldo che devono sopravvivere. Ne deriva una doppia legge: la frequenza dei temporali grandinigeni cresce salendo di quota, perché è la montagna a innescare la convezione, ma la taglia della grandine che tocca terra è massima in pianura, dove il caldo è più intenso e solo i chicchi grossi arrivano interi. In quota il tragitto è breve e anche la grandine minuta, o la gragnola, raggiunge il suolo; a valle sopravvive solo chi è abbastanza grande da non fondere. È lo stesso motivo per cui in primavera, con lo zero termico più basso, la grandine arriva più facilmente pur restando piccola. Per il fungaiolo, questo si traduce in una precisa geografia verticale. La fascia di raccolta estiva attraversa proprio le quote in cui i due regimi si incontrano: i castagneti e le querce del piano collinare, tra i 400 e i 900 metri circa, cadono nel regime della grandine grossa, rara ma capace di spianare un'intera buttata in pochi minuti; le faggete e le prime peccete del piano montano, dai 900 ai 1.800 metri, vivono nel regime della grandine frequente ma minuta, spesso mescolata ai temporali pomeridiani che a luglio e agosto si ripetono quasi ogni giorno. La pedemontana lombardo-veneto-friulana, purtroppo, concentra nello stesso spazio le migliori fruttificazioni estive e la peggiore grandine d'Europa. Chi batte quelle colline cerca i funghi esattamente dove il ghiaccio è di casa, ecco perché, alle nostre latitudini, saper leggere la quota e il cielo non è un vezzo da meteorologi, ma fa parte del mestiere del cercatore.
| Ambito | Quota | Grandine | Perché conta per il bosco |
|---|---|---|---|
| Pianura padana e basse pianure | 0–300 | Infrequente ma molto grossa (oltre 2–5 cm) | Il lungo tragitto in aria calda fonde i chicchi piccoli; arriva solo il ghiaccio grande, quello che devasta |
| Fascia collinare e pedemontana | 300–900 | Frequente e spesso di grandi dimensioni | Zona d'innesco della convezione e cuore dei castagneti da fungo: massima esposizione |
| Media montagna alpina e prealpina | 900–1800 | Molto frequente; dimensioni più minute | Faggete e peccete sotto i temporali pomeridiani quasi quotidiani d'estate; danni ripetuti ma meno estremi |
| Alta montagna (Alpi) | oltre 1800 | Frequente, spesso gragnola | Compie un tragitto breve dallo zero termico: anche il ghiaccio piccolo tocca terra |
| Appennino adriatico e interno | varia | dimensioni medie, localmente grossa | Fronti atlantici che incontrano l'aria mite dell'Adriatico; meno accumulo umido che al Nord |
| Sud e isole | varia | Sporadica, in aumento | Mediterraneo più caldo: supercelle con maggior frequenza; fenomeni soprattutto in autunno |

Cosa succede quando colpisce il bosco?
Una grandinata è un evento che agisce su più piani contemporaneamente e che, in pochi minuti, può alterare l'equilibrio di un ecosistema. Le chiome vengono lacerate, le foglie strappate e i rami più giovani spezzati o scortecciati; a terra la lettiera si copre di frammenti verdi, rametti e fusti schiacciati. L'aria si raffredda di colpo, anche di cinque-otto gradi, ma non è il ghiaccio in sé a provocare questo crollo termico, bensì la corrente discendente fredda del temporale, il downdraft, che si rovescia al suolo insieme ai chicchi e alle raffiche, spazzando via funghi, insetti e microfauna.
Il vento che accompagna la cella temporalesca può inoltre aprire varchi improvvisi nella copertura vegetale, modificando la luce che raggiunge il sottobosco. Dal punto di vista ecologico, si tratta di un disturbo acuto che scatena una risposta: alcune piante rilasciano sostanze di difesa, gli insetti si rifugiano e i funghi saprotrofi o lignicoli possono trarne vantaggio. Il micelio simbionte, legato alle radici di alberi sani e in equilibrio, difficilmente ne ricava un beneficio immediato.
Non tutti i boschi reagiscono allo stesso modo. A fare la differenza sono lo stato del suolo, la presenza o l'assenza di funghi e il momento preciso della stagione. Ecco allora tre situazioni chiave che aiutano a leggere gli effetti reali di una grandinata sul micelio e sul suo mondo.
Bosco già in fruttificazione
Se il bosco è in piena fruttificazione, la grandine può avere effetti disastrosi. I cappelli, spesso già esposti e maturi, vengono colpiti in pieno: la cuticola si lacera, i margini si sfaldano e la carne si crepa o si infossa. Nessuna specie è davvero al sicuro da una grandinata prolungata e anche le specie più coriacee o carnose, come il Boletus edulis o l'Amanita caesarea, presentano lesioni evidenti. Il danno non è soltanto estetico: i tessuti feriti diventano infatti una porta d'ingresso per batteri, muffe e larve che accelerano la decomposizione del fungo, rendendolo immangiabile e irriconoscibile. L'effetto non è uniforme in tutti gli ambienti. I boschi di latifoglie, con chiome ampie ma fragili, perdono rapidamente la copertura fogliare sotto i colpi del ghiaccio, esponendo direttamente il sottobosco. Nei castagneti e nei faggeti, dopo una grandinata intensa, è possibile trovare intere radure disseminate di funghi feriti e coperti di detriti. Le conifere resistono meglio. Gli aghi, fitti e sottili, offrono una minore superficie d'impatto e la disposizione delle ramificazioni frena la caduta dei chicchi, smorzandone la forza. Nei boschi puri di abete rosso o bianco, i funghi godono di una copertura più stabile, soprattutto se crescono tra muschi compatti o aghi accumulati. Anche in questo caso, però, se la grandinata è accompagnata da vento forte o dura a lungo, i danni non mancano. Inoltre, se la fruttificazione è appena iniziata, il ghiaccio può colpire gli esemplari ancora sotto la lettiera o allo stadio embrionale, interrompendone lo sviluppo prima ancora che emergano. È importante ricordare che a essere colpiti sono i frutti del micelio, non il micelio stesso. Il micelio vive sotto la lettiera e nei primi centimetri di suolo, al riparo da eventi meccanici di superficie, e ne esce sostanzialmente illeso. Ciò che viene perso è la fruttificazione in corso, non l'organismo stesso né la sua capacità di rifruttificare. Bisogna solo attendere il ritorno di condizioni stabili, con temperature miti e umidità costante, perché il micelio tenti una ripresa.

Bosco bagnato, micelio attivo, funghi assenti
È il caso più ambiguo, e il più interessante. Il terreno è già ben idratato da piogge precedenti, il micelio è attivo, l'aria carica d'umidità, ma i funghi non si sono ancora manifestati. Qui la grandine agisce in due direzioni opposte. Da un lato il raffreddamento eccessivo del suolo, unito al trauma del sottobosco, può ritardare lo sviluppo dei funghi attesi, soprattutto se la temperatura scende sotto i valori ottimali. Dall'altro, l'alterazione improvvisa apre una discontinuità ecologica. E qui entra in gioco un meccanismo spesso trascurato. Al suolo piove tessuto verde lacerato: foglie giovani, apici, linfa. È un impulso di risorsa, un apporto improvviso di carbonio facilmente degradabile e di azoto sulla lettiera, ed è esattamente ciò di cui i saprotrofi sanno approfittare. Coprinus, Gymnopilus, Mycena, Lepiota, insieme a diverse entità lignicole e necrofaghe, possono emergere in pochi giorni, trasformando un bosco apparentemente in pausa in un teatro di decomposizione attiva. Le specie simbionti come Boletus pinophilus o Amanita rubescens reagiscono invece più lentamente, e chiedono un ritorno a condizioni miti, con suolo umido ma non troppo raffreddato. Se poi di giorno si superano i trenta gradi, il terreno si riscalda in fretta e la finestra utile si richiude altrettanto in fretta.

Bosco secco, in piena estate
In un bosco provato dalla siccità estiva, la grandine è solo di rado un fattore favorevole. Anche quando l'evento è abbondante, i chicchi si sciolgono rapidamente su un suolo caldo e disidratato, generando una bagnatura superficiale e discontinua che non riesce a raggiungere gli strati profondi in cui lavora il micelio. L'acqua di fusione fredda ha un effetto passeggero, spesso sprecato a causa dell'evaporazione o del ruscellamento, soprattutto nei terreni compatti, marnosi o poveri di sostanza organica. Ci sono però delle eccezioni locali. In certe depressioni o conche ombreggiate, dove il ghiaccio si accumula e si scioglie più lentamente, può crearsi una nicchia temporanea di umidità e frescura. Se il micelio era già attivo e pronto, il rallentamento dell'evaporazione può ritardare lo stress idrico e favorire qualche sporadica fruttificazione. Si tratta di casi molto circoscritti e non generalizzabili: non è l'accumulo di ghiaccio a garantire la presenza di funghi, ma il contesto precedente, ovvero l'ombreggiamento, la ventilazione e la struttura del suolo. Spesso accade il contrario e la grandine peggiora la situazione: la defogliazione espone la lettiera al sole diretto e ne accelera l'essiccamento nei giorni seguenti; le piante, sotto stress, riducono l'attività radicale e traspirativa e il micelio, in assenza di segnali climatici coerenti, si ferma. Per attivare una fruttificazione è necessaria una perturbazione vera e duratura, con piogge abbondanti che ristabiliscano l'umidità profonda, accompagnate da temperature in discesa e da un graduale ritorno alla stabilità.
Alla fine, dunque, non basta vedere il terreno bagnato per immaginare una nuova buttata. Il bosco conserva la memoria di ciò che è accaduto prima e reagisce all’intera sequenza degli eventi: alla siccità o alle piogge precedenti, alla temperatura del suolo, alla violenza del vento, alla perdita delle foglie e alla rapidità con cui tornano condizioni stabili. La grandine può distruggere i funghi già formati, ritardare quelli in sviluppo oppure, più raramente, creare piccole occasioni favorevoli per specie capaci di approfittare dei tessuti vegetali caduti. Ma non è mai, da sola, una promessa di raccolto. Quando il temporale è passato e il cercatore riprende il sentiero, dovrebbe quindi guardare oltre l’acqua rimasta sulle foglie: leggere le ferite sulle chiome, la lettiera sconvolta, il calore ancora trattenuto dal terreno. Perché il bosco non risponde soltanto a quanto ha piovuto, ma soprattutto a come ha piovuto. E una grandinata, prima di essere acqua, è un colpo inferto all’equilibrio del bosco.