Siccità, caldo estremo e funghi: che cosa accade (e accadrà)

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Siccità, caldo estremo e funghi: che cosa accade (e accadrà)
Boletus edulis, esemplare massiccio e maturo, nato con condizioni climatiche favorevoli.
Il bosco è asciutto, i funghi sembrano scomparsi e persino in montagna il caldo non concede tregua. Che cosa sta accadendo sotto terra? E che cosa potrà succedere se arriveranno temporali isolati, piogge diffuse oppure altre settimane senza acqua?

In molte zone d’Italia il bosco sembra avere smesso di produrre funghi. Non mancano soltanto i porcini, sui quali inevitabilmente si concentra l’attenzione dei cercatori: sono diventate rare anche le Russula, le Amanita, i piccoli funghi del sottobosco e numerose altre specie che normalmente accompagnano l’estate. La lettiera scricchiola, il muschio si sbriciola fra le dita, le foglie di alcuni alberi mostrano ingiallimenti anticipati e il terreno, pochi centimetri sotto la superficie, può risultare asciutto e compatto. È il risultato di una combinazione particolarmente sfavorevole: precipitazioni decisamente sottomedia e insufficienti, temperature elevate anche in montagna, forte evaporazione e notti spesso troppo miti per consentire al suolo di recuperare almeno una parte dell’umidità perduta durante il giorno. In alcune zone il bosco ha ormai accumulato un vero e proprio debito idrico. E rischia di essere proprio questo debito, molto più del singolo acquazzone, a decidere il futuro dei funghi nella seconda parte dell’estate 2026.

Esemplare di Boletus edulis ormai disseccato nella lettiera arida di una pecceta alpina, evidente testimonianza della carenza d’acqua nel suolo. Foto di Agosto 2026 (M.Bettinelli)

Il bosco e il "caldo estremo"

Durante una fase calda e asciutta, l’acqua viene continuamente sottratta al terreno dall’evaporazione e dalla traspirazione delle piante. Inizialmente alberi e arbusti possono utilizzare le riserve conservate negli strati più profondi; quando la siccità continua, però, anche queste disponibilità si riducono. Gli alberi reagiscono limitando la perdita d’acqua: riducono l’apertura degli stomi, rallentano gli scambi gassosi e possono diminuire l’attività fotosintetica. Alcune specie anticipano la senescenza di una parte delle foglie, sacrificandole per preservare il resto della chioma. Non significa necessariamente che l’albero stia morendo: significa che sta adottando una strategia di emergenza. Per i funghi ectomicorrizici, porcini compresi, lo stato della pianta è fondamentale. Essi vivono in simbiosi con le radici e ricevono dall’albero una parte dei composti organici prodotti attraverso la fotosintesi, offrendo in cambio acqua ed elementi minerali. Se la pianta è sottoposta a un forte stress e riduce la propria attività, può cambiare anche il flusso di carbonio destinato ai simbionti sotterranei. La siccità colpisce quindi i funghi in due modi: direttamente, riducendo l’acqua disponibile nel terreno, e indirettamente, modificando il funzionamento delle piante alle quali sono associati. Anche la decomposizione della lettiera può rallentare. Numerosi funghi saprotrofi rimangono nel substrato senza produrre corpi fruttiferi visibili, mentre foglie, rametti e residui vegetali si accumulano asciutti. Il silenzio visibile del bosco corrisponde così a un rallentamento di molti processi biologici.

Se non si vedono funghi, il micelio è morto?

No. L’assenza di corpi fruttiferi visibili non coincide con la scomparsa dei funghi. Il micelio può permanere nel terreno, nel legno e nella lettiera senza manifestarsi in superficie; durante i periodi sfavorevoli la sua attività può ridursi o concentrarsi nelle porzioni di suolo che conservano maggiore umidità. Le parti più superficiali possono risentire della disidratazione, ma specie e individui differenti possiedono capacità di resistenza molto diverse. Non è corretto, tuttavia, immaginare il micelio come un semplice interruttore, spento con il secco e immediatamente riacceso dalla prima pioggia. La produzione di un fungo è un investimento complesso, regolato da acqua, temperatura, condizioni del terreno, fisiologia della pianta simbionte e caratteristiche proprie della specie. In una fase critica, come quella attraversata durante questa torrida estate 2026, non fruttificare può rappresentare una strategia di sopravvivenza.

Può nascere un porcino col bosco secco?

Può accadere, ma non perché il fungo sappia crescere senza acqua. Quello che definiamo apparentemente un bosco secco è spesso soltanto ciò che riusciamo a osservare. Un avvallamento, una sorgente sotterranea, una grossa radice, una fascia di ruscellamento o un terreno particolarmente profondo possono conservare acqua anche quando la lettiera circostante appare completamente arida. Alcuni funghi ectomicorrizici possono inoltre accedere ad acqua proveniente da strati profondi o resa disponibile dalla redistribuzione idraulica operata dalle radici delle piante. In uno studio condotto durante una siccità estiva, nei terreni più asciutti una parte rilevante dell’acqua contenuta in alcuni corpi fruttiferi risultava provenire da oltre 30 cm di profondità o da acqua redistribuita attraverso il sistema radicale. Fra le specie esaminate figurava anche il porcino comune, Boletus edulis. È dunque possibile incontrare un porcino isolato in un bosco apparentemente morto. Quel ritrovamento non dimostra però che sia iniziata una buttata: indica soltanto che, in quel punto preciso, il fungo è riuscito a trovare acqua sufficiente.

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Il porcino non cresce senza acqua, ma può sfruttare una riserva profonda, una zona di accumulo o condizioni favorevoli verificatesi giorni prima. Il singolo esemplare fotografato e condiviso sui social non descrive un’intera vallata e non rappresenta necessariamente l’inizio di una crescita diffusa.

Anche il bronzino o porcino nero, Boletus aereus, viene spesso descritto come un porcino capace di nascere con clima e suolo secchi. È più corretto dire che è adattato a contesti relativamente caldi e termofili. Può fruttificare sotto querce, castagni, lecci e sughere anche quando le temperature sarebbero eccessive per altre specie, ma ha comunque bisogno di una disponibilità idrica reale. Per i funghi, tollerare il caldo non significa crescere senza acqua.

Porphyrellus porphyrosporus, una boletacea amante del suolo asciutto (ma non arido!)

Alpi: qualche temporale in più, ma...

Sulle Alpi i temporali estivi sono generalmente più frequenti rispetto a molte zone peninsulari, ma la loro distribuzione può essere estremamente irregolare e finora è risultata molto discontinua. Una valle riceve più rovesci consecutivi, quella vicina rimane ai margini; un versante viene colpito da grandine e pioggia, quello opposto raccoglie pochi millimetri. Alle quote più elevate le temperature inferiori e la maggiore umidità notturna possono limitare la perdita d’acqua. Peccete, abetine, lariceti e faggete montane hanno quindi maggiori possibilità di conservare stazioni favorevoli. Tuttavia non è sufficiente “salire in alto”: con temperature eccezionalmente elevate anche i boschi alpini possono asciugarsi rapidamente. I terreni sottili, sassosi o molto inclinati trattengono poca acqua; le creste battute dal vento e i pendii esposti a sud possono quindi risultare improduttivi anche dopo un temporale. Conche, pianori, impluvi, margini di torbiere e settori rivolti a nord conservano invece più a lungo l’umidità. Nei prossimi giorni sulle Alpi potranno verificarsi nascite localizzate, talvolta anche inaspettatamente abbondanti, nei settori ripetutamente interessati dai temporali. Non sarebbe però corretto estendere questi ritrovamenti a un’intera provincia o a tutto l’arco alpino.

Tapinella atrotomentosa è una delle specie che possono ancora comparire quando il bosco è asciutto: legata alle ceppaie e al legno morto di conifera, riesce talvolta a fruttificare mentre molti funghi terricoli restano assenti.

Appennino settentrionale

L’Appennino ligure, tosco-emiliano e romagnolo possiede una geografia micologica particolarmente complessa. In pochi chilometri si passa dai querceti e castagneti collinari alle faggete montane, fino alle abetine e ai boschi misti delle quote più elevate. Qui l’influenza delle correnti marine può favorire la formazione di nubi, foschie e temporali, ma non garantisce precipitazioni uniformi. I crinali possono essere raggiunti da rovesci violenti mentre le valli interne restano quasi asciutte. Anche il vento gioca un ruolo importante: dopo la pioggia può asciugare rapidamente la lettiera sui versanti esposti. Se le prossime precipitazioni riusciranno almeno ad attenuare l’attuale siccità, saranno inizialmente avvantaggiate le faggete chiuse, gli avvallamenti, le parti inferiori dei pendii e i castagneti con terreno profondo. I suoli superficiali, le creste e i versanti meridionali avranno invece bisogno di piogge più consistenti e ripetute.

Un ritrovamento impossibile in una pecceta alpina all'asciutto da oltre due mesi.

Appennino centro-meridionale

Procedendo verso l’Appennino centrale, la differenza fra versanti, conche interne e rilievi esposti alle correnti diventa ancora più marcata. Le faggete d’alta quota possono conservare temperature relativamente più basse, ma spesso crescono su terreni calcarei poco profondi, nei quali l’acqua si disperde rapidamente attraverso fessure e sistemi carsici. Un temporale intenso può quindi bagnare la superficie e produrre abbondante ruscellamento senza garantire una riserva duratura nei primi strati esplorati dal micelio. Nell’Appennino meridionale la siccità estiva mediterranea assume generalmente un peso ancora maggiore, anche se è stata inizialmente e in parte mitigata dalle precipitazioni cadute alla fine di giugno (con buone e abbondanti, per quanto rapide, nascite). Le faggete montane della Campania, della Basilicata e della Calabria, insieme a quelle dei rilievi della Sicilia nord-orientale, possono offrire importanti rifugi freschi. Le fasce più basse, dominate da querce e castagni, hanno invece bisogno di piogge organizzate per ricostituire l’acqua perduta a causa delle temperature elevate di questo periodo. In queste aree un singolo temporale può provocare nascite di Boletus aereus o Boletus reticulatus nei punti più favorevoli, soprattutto nei querceti e nei castagneti. Per una ripresa più estesa servirà però che l’acqua penetri nel terreno e non venga subito sottratta dal ritorno del caldo. Più la siccità tenderà a prolungarsi, più le prime piogge dovranno essere considerate una ricarica del sistema, non una promessa immediata di crescita fungina.

Le zone costiere e mediterranee

Nelle fasce costiere tirreniche e ioniche, in Sardegna e in Sicilia, la situazione attuale è perlopiù ferma. Le precipitazioni utili delle ultime settimane sono state scarse, irregolari o molto localizzate e l’ennesima fase di caldo intenso ha consumato rapidamente la poca umidità rimasta negli strati superficiali. Un temporale isolato sulle zone interne potrebbe creare qualche nascita puntiforme lungo impluvi, fossi e linee di accumulo, ma difficilmente cambierebbe il quadro generale. Per una vera ripresa servirebbe l’ingresso di una perturbazione organizzata dal mare, con piogge diffuse e non soltanto violente, possibilmente ripetute e accompagnate da un calo termico duraturo. Fino ad allora, le zone costiere e mediterranee resteranno probabilmente fra le più lente a riattivarsi.

E se arriva un temporale?

Il temporale isolato è lo scenario più ingannevole. Le strade si allagano, i torrenti si gonfiano e il bosco appare finalmente scuro e bagnato. Ma una parte della pioggia può essere intercettata dalle chiome, un’altra può scorrere in superficie e un’altra ancora evaporare nei giorni immediatamente successivi. Dopo una lunga siccità alcuni terreni possono manifestare una temporanea repellenza all’acqua. Il fenomeno non riguarda tutti i suoli e non ha ovunque la stessa intensità, ma può rallentare la bagnatura iniziale e favorire lo scorrimento laterale. Il temporale può comunque produrre effetti nei punti dove l’acqua rallenta e si accumula. Qui potranno comparire piccoli funghi della lettiera, specie lignicole e, se il deficit precedente non era troppo profondo, anche qualche porcino. Il risultato sarà però probabilmente un mosaico: pochi settori attivi circondati da boschi ancora silenziosi.

Se piove lentamente, invece...

Questo è lo scenario realmente favorevole: una pioggia moderata e prolungata, che permette al terreno di assorbire acqua gradualmente. Se viene seguita da altre precipitazioni e da temperature meno elevate, l’umidità può raggiungere strati progressivamente più profondi. Un millimetro di pioggia equivale a un litro d’acqua per metro quadrato. Il dato sembra semplice, ma non dice quanta acqua rimarrà a disposizione del micelio. Trenta millimetri caduti in venti minuti possono produrre ruscellamento e allagamenti; una quantità inferiore, distribuita lentamente su un terreno già parzialmente umido, può infiltrarsi meglio. Contano intensità, durata, pendenza, tipo di suolo, copertura vegetale e condizioni precedenti. Il bosco non reagirà necessariamente tutto insieme. Alcuni processi microbici e fungini possono riprendere rapidamente; i corpi fruttiferi, invece, richiedono tempi variabili. Potrebbero comparire prima alcune specie della lettiera e del legno, ma non esiste una successione rigida valida per ogni ambiente. La seconda pioggia può rivelarsi più importante della prima, perché raggiunge un terreno già parzialmente reidratato. La vera svolta non dipende quindi dal singolo accumulo, ma dalla continuità della fase umida.

I finferli (Cantharellus cibarius) tollerano abbastanza bene le fasi in cui il bosco comincia ad asciugarsi; la loro comparsa iniziale richiede però precipitazioni, anche leggere, ma ripetute.

E se torna subito il caldo?

È la classica falsa partenza. L’acqua riattiva una parte dei processi del suolo, ma il ritorno immediato di temperature elevate, vento asciutto e forte insolazione accelera nuovamente la perdita d’acqua. Potranno comparire alcuni funghi nelle stazioni migliori, mentre altrove la ripresa non arriverà alla produzione di corpi fruttiferi visibili. Gli esemplari eventualmente comparsi potranno inoltre deteriorarsi molto rapidamente. Caldo e umidità possono favorire l’attività di larve, batteri e funghi parassiti; i funghi nati possono risultare precocemente alterati, invasi o molli. Non sarebbe una vera ripartenza del bosco, ma una breve risposta locale destinata a esaurirsi rapidamente.

E se non pioverà ancora per lungo tempo?

Se la pioggia non arriverà nei primi quindici giorni di agosto, il debito idrico aumenterà ulteriormente. Le precipitazioni successive dovranno prima ricostituire almeno una parte delle riserve perdute, mentre le piante simbionti avranno bisogno di recuperare dallo stress accumulato. Per questo una lunga siccità non garantisce una grande buttata successiva. L’idea del micelio “caricato come una molla” e pronto a esplodere alla prima perturbazione è suggestiva, ma non scientificamente corretta. In alcuni boschi il recupero potrà essere rapido; in altri la fruttificazione potrà risultare ritardata, ridotta o estremamente discontinua. Potrebbe perfino piovere abbastanza da rendere nuovamente verde il bosco senza che si verifichi subito una produzione importante. La superficie reagisce in fretta; gli strati profondi, le radici e le relazioni micorriziche possono richiedere più tempo. I prossimi temporali potranno certamente favorire qualche nascita localizzata, soprattutto nei boschi che hanno conservato un minimo di umidità. Per una ripresa più diffusa, però, serviranno piogge capaci di penetrare nel terreno, temperature meno elevate e condizioni favorevoli sufficientemente durature. In altre parole, servirà tempo. E questa volta, non soltanto in senso atmosferico.

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