La rete invisibile dei funghi è lunga quasi un miliardo di volte la distanza Terra-Sole

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La rete invisibile dei funghi è lunga quasi un miliardo di volte la distanza Terra-Sole
Rappresentazione artistica della rete miceliare sul nostro pianeta.
C'è una struttura biologica gigantesca che attraversa il pianeta, eppure non l'abbiamo mai vista per intero. Non ha la forma spettacolare di una foresta, non produce i funghi che riempiono i cestini d'autunno, non compare dopo un temporale. Vive in silenzio nei primi centimetri di suolo, si intreccia con le radici delle piante e fa muovere acqua, nutrienti e carbonio. È una delle fondamenta nascoste degli equilibri tra vegetazione, terreno e clima.

L'11 giugno 2026 la rivista Science ha pubblicato il primo tentativo serio di quantificare questa infrastruttura su scala globale: densità, lunghezza e biomassa delle reti formate dai funghi micorrizici arbuscolari, microrganismi che vivono in simbiosi con le radici di circa il 70% delle specie vegetali terrestri. Il numero che ha fatto il giro del mondo è impressionante: se tutte le ife di questi funghi presenti nel suolo superficiale fossero allineate, formerebbero un filo lungo circa 110 quadrilioni di chilometri, quasi un miliardo di viaggi tra la Terra e il Sole. Per dare un'altra misura: disteso in linea retta, quel filo coprirebbe circa il 10% della larghezza della Via Lattea. Numeri da vertigine. Ma è proprio capendoli per bene che la scoperta diventa interessante, e molto più concreta di una favola.

Cosa non è questa rete

Prima di tutto, sgombriamo il campo da un equivoco. Quel dato non significa che sotto i nostri piedi esista un unico, lunghissimo filo continuo, una specie di "cavo planetario" che collega ogni pianta a tutte le altre come una rete internet. È una stima complessiva della lunghezza totale delle ife micorriziche arbuscolari presenti soprattutto nel topsoil, cioè lo strato più superficiale e biologicamente vivo del terreno. Quella lunghezza è la somma di miliardi di frammenti, ramificazioni e connessioni locali distribuite in ambienti diversissimi: praterie, boschi, savane, zone umide, campi coltivati. E attenzione: i funghi micorrizici arbuscolari non sono i funghi che raccogliamo. Niente porcini, niente ovoli, niente finferli, niente mazze di tamburo. Appartengono a linee evolutive antichissime, sono per lo più invisibili a occhio nudo e di norma non producono lo sporoforo (il "fungo" che vediamo). Il loro lavoro avviene dentro le radici, dove formano minuscole strutture ramificate chiamate arbuscoli: è lì che scambiano risorse con la pianta. Ciò che noi definiamo funghi micorrizici arbuscolari appartengono tutti a un unico gruppo, i Glomeromycota: sono endomicorrizici, cioè le loro ife penetrano all'interno delle cellule radicali dei vegetali, a differenza degli ectomicorrizici (come i porcini ed i funghi più noti) che, nella simbiosi, si limitano ad avvolgere la radice dall'esterno.

Come funziona lo scambio?

Il patto è elegante e antico. La pianta cede al fungo una parte del carbonio che ha "catturato" dall'atmosfera con la fotosintesi. In cambio, il fungo diventa una prosecuzione finissima e ramificata della radice: le sue ife, molto più sottili di un capello, si infilano tra le particelle del terreno, esplorano microspazi che la radice da sola non raggiungerebbe e recuperano acqua e nutrienti minerali, fosforo e azoto in primis. Non è un dettaglio marginale. In condizioni favorevoli questi funghi possono ampliare fino a 100 volte la superficie esplorabile dall'apparato radicale e fornire alla pianta oltre l'80% del fosforo di cui ha bisogno. Per rendere l'idea della densità: secondo gli autori, in un solo cucchiaino di terreno possono esserci fino a 10 metri di rete fungina. Toby Kiers, che ha guidato il gruppo dei ricercatori di SPUN, usa un'immagine efficace: questi "tubi" microscopici funzionano come un apparato circolatorio che muove risorse attraverso il suolo, esattamente come il sangue le muove nel corpo.

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🔎 Che cos'è SPUN? SPUN (Society for the Protection of Underground Networks) è un'associazione scientifica no-profit, fondata nel 2021 da un gruppo di ricercatori guidato dalla biologa Toby Kiers. In pratica è un'organizzazione che fa ricerca per mappare i funghi che vivono nel suolo e proteggerli, un po' come un'associazione ambientalista, ma dedicata a una parte di natura invisibile e quasi sempre ignorata: le reti di funghi sotterranei.

Come hanno fatto a "misurare l'invisibile"

Il team ha raccolto i dati di 16.669 carote di suolo provenienti da 322 studi precedenti, su tutti i continenti e in nove biomi diversi. A questi ha affiancato esperimenti in condizioni controllate e tecniche avanzate di imaging per misurare quanto fittamente crescono le ife. Poi è entrato in gioco il machine learning: incrociando clima, chimica del suolo, vegetazione e densità ifale misurata, i modelli hanno stimato la presenza dei funghi per ogni chilometro quadrato di suolo superficiale del pianeta. Il risultato non è una fotografia diretta di ogni centimetro di terreno. È una mappa predittiva, costruita su misure reali e su modelli che cercano di colmare le zone dove i dati sono ancora scarsi, come foreste tropicali e deserti. Gli stessi autori lo dicono apertamente: in cinque anni la mappa verrà aggiornata e diventerà più precisa. Questa onestà è una forza, non un limite: per la prima volta non parliamo solo della presenza delle micorrize, ma della loro densità fisica e della loro distribuzione misurabile. E ciò che si misura può essere monitorato, tutelato e inserito nelle politiche ambientali. Ciò che resta invisibile, di solito, resta anche fuori dalle decisioni. Un dato tecnico per chi vuole il numero esatto: la densità media stimata nel suolo superficiale terrestre è di circa 4,4 metri di ife per centimetro cubo.

300 megatonnellate di carbonio (ma serve prudenza)

Lo studio stima che queste reti contengano circa 300 megatonnellate di carbonio: una massa che gli autori paragonano a quattro-sei volte il peso di tutti gli esseri umani viventi. A questo si aggiunge un dato che spesso viene attribuito erroneamente proprio a questo lavoro, ma che arriva da una ricerca precedente dello stesso gruppo (Hawkins et al., 2023): ogni anno le micorrize sarebbero coinvolte nello spostamento verso il suolo di circa 4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità pari a circa l'11% delle emissioni globali da combustibili fossili del 2021. Numeri enormi. Ma qui occorre il rigore che spesso manca nei titoli: "carbonio trasferito al suolo" non significa automaticamente "carbonio sequestrato per sempre". Una parte resta temporaneamente nella biomassa fungina, una parte entra nella sostanza organica del terreno, una parte viene respirata e torna in atmosfera. Quanto a lungo quel carbonio resti immagazzinato dipende da tipo di suolo, umidità, temperatura, comunità microbica, disturbo, gestione agricola e clima. Come ha osservato in alcune interviste su Live science il ricercatore Edouard Evangelisti (Université Côte d'Azur), non basta sapere quante ife vive ci sono: bisogna capire quanto velocemente crescono, muoiono e si trasformano in carbonio stabile. È la prossima frontiera della ricerca.

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📊 La scoperta in 4 numeri
110 quadrilioni di km di ife: quasi un miliardo di viaggi Terra-Sole
300 megatonnellate di carbonio: 4-6 volte il peso di tutta l'umanità
70% delle piante terrestri vive in simbiosi con questi funghi
40% della biomassa è sotto i prati selvatici, ecosistemi poco protetti

Il "bosco" più fitto è sotto i prati

Ed eccoci al risultato che più ribalta l'intuizione comune. Saremmo tentati di pensare che la massima densità di micelio si trovi nelle foreste tropicali. Invece no: secondo lo studio, sono le praterie e gli ambienti erbosi a ospitare circa il 40% dell'intera biomassa micorrizica arbuscolare del pianeta, con la densità più alta in assoluto (intorno a 6,6 metri di ife per centimetro cubo, contro i 3,8 degli alberi coltivati). Il primo autore del testo, Justin Stewart lo definisce, di fatto, la "foresta fungina" più densa della Terra, e si trova sotto i prati selvatici, soprattutto quelli d'alta quota o periodicamente allagati. Non è un dettaglio romantico: è un allarme. Le praterie permanenti sono tra gli ecosistemi meno protetti al mondo e vengono convertite in terreni agricoli a un ritmo quattro volte più veloce delle foreste. Una ricerca precedente di SPUN aveva già mostrato che il 95% degli hotspot di biodiversità dei funghi micorrizici arbuscolari si trova fuori dalle aree protette. È molto più facile, dice Stewart, strappare via dell'erba che abbattere un albero, e questo rende i prati terribilmente vulnerabili.

Meteo e curiosità

Di fatto, la vita del suolo non dipende solo da quanta pioggia cade in un anno, ma da come cade: distribuzione, frequenza degli estremi, durata dei periodi secchi, temperatura del terreno, capacità del suolo di trattenere l'acqua. Un nubifragio violento dopo settimane di siccità non vale piogge regolari e lente che ricaricano gradualmente gli orizzonti superficiali. E la rete micorrizica vive proprio nella porzione di suolo più esposta a queste oscillazioni: cresce dove ci sono umidità sufficiente, ossigeno, radici vive e continuità biologica. Per questo le micorrize arbuscolari sono anche un indicatore della qualità ecologica del terreno. Un suolo ricco di relazioni biologiche risponde meglio agli stress: trattiene la struttura, partecipa al ciclo dei nutrienti, sostiene le piante nei momenti difficili e contribuisce alla resilienza dell'ecosistema. In un clima con ondate di calore e siccità sempre più frequenti, è una differenza che pesa.

E i funghi "da cestino"?

Anche se gli arbuscolari non producono gli sporofori che cerchiamo, la lezione vale per tutti i funghi: quando l'annata è povera, tendiamo a incolpare solo la pioggia mancata o arrivata nel momento sbagliato. È vero, ma non basta. La risposta fungina dipende dalla storia idrica del suolo, dalla salute delle piante, dalla temperatura, dalla disponibilità di carbonio e dalla continuità ecologica. Il fungo non è un'apparizione improvvisa dopo il temporale: è la punta visibile di una presenza costante e nascosta, che vive a lungo nel rapporto tra piante e terreno. La storia lunga del suolo conta più del singolo acquazzone.

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🍄 Che cos'è una micorriza arbuscolare?
È una simbiosi tra una pianta e un fungo del suolo. Il fungo colonizza le cellule corticali della radice e vi forma minuscole strutture ramificate, chiamate arbuscoli, attraverso le quali avviene lo scambio tra i due organismi. La pianta cede al fungo una parte degli zuccheri prodotti con la fotosintesi; il fungo, in cambio, amplia la capacità della radice di assorbire acqua e nutrienti, soprattutto fosforo, esplorando il terreno con filamenti sottilissimi, le ife. È il tipo di micorriza più diffuso al mondo: riguarda circa il 70–72% delle piante vascolari. Attenzione, però: questi funghi sono invisibili a occhio nudo e non producono i funghi che siamo soliti raccogliere.

La lezione per l'agricoltura

Quando un prato stabile viene convertito in coltivo intensivo, non si perde solo la copertura vegetale: si indebolisce un pezzo dell'infrastruttura biologica sotterranea. Lo studio stima che nei suoli coltivati la densità delle reti micorriziche sia in media circa la metà rispetto agli ecosistemi naturali. Pesano le lavorazioni profonde, che rompono fisicamente le ife; l'eccesso di fertilizzazione, soprattutto fosfatica, che riduce per la pianta la convenienza di mantenere la simbiosi; i fungicidi; la perdita di radici vive; la compattazione, che altera ossigeno, infiltrazione e circolazione dell'acqua. Non significa che ogni campo sia "morto" o che agricoltura e micorrize siano incompatibili. Significa che il modo in cui gestiamo il suolo può favorire o spegnere una componente essenziale della sua fertilità naturale: meno disturbo, rotazioni varie, colture di copertura e sostanza organica aiutano. E attenzione alle scorciatoie commerciali: la micorriza è una relazione, non un ingrediente. Comprare un sacchetto di "micorrize da aggiungere" non ricostruisce un ecosistema, esattamente come un singolo mattone non è una casa.

Né favola, né cavo magico

Negli ultimi anni l'espressione "wood wide web" ha avuto enorme fortuna: le reti micorriziche descritte come una sorta di internet del bosco, dove gli alberi "comunicherebbero" e si aiuterebbero a vicenda quasi per volontà. La realtà è più sobria e, a ben vedere, più affascinante. Le reti esistono, sono fondamentali e trasportano risorse, ma molte interpretazioni troppo antropomorfiche sono state ridimensionate o ritenute non sufficientemente dimostrate. Il bosco non ha bisogno di essere trasformato in una società umana sotterranea per essere straordinario: la sua "intelligenza", se vogliamo usare la parola con prudenza, sta nei processi, negli scambi e negli equilibri evolutivi, non in una volontà nascosta simile alla nostra. Il valore di questo studio sta esattamente qui: sposta l'attenzione dalla metafora alla misura. Non ci dice che le piante "parlano", ma che una fetta enorme della funzionalità della Terra passa per relazioni biologiche invisibili, vulnerabili e — finalmente — misurabili.

Per chi è abituato a guardare il cielo, è forse la lezione più importante: il clima non si legge solo nelle nuvole, nei fronti, negli anticicloni o nelle anomalie termiche. Si legge anche sotto i piedi, nel modo in cui il suolo riceve la pioggia, trattiene l'umidità, nutre le radici e ospita queste reti. Un temporale può far nascere gli sporofori, ma è la salute profonda del terreno a decidere quanto un ecosistema sia pronto a reggere. La rete lunga quasi un miliardo di viaggi verso il Sole, in fondo, è un promemoria: la vita del pianeta dipende anche da ciò che resta nascosto.


Fonti e Biografia

Studio principale

Stewart, J. D., Bisot, C., Cargill, R. I. M., Van Nuland, M. E., Hawkins, H.-J., Oyarte Galvez, L., Klein, M., van Son, M., Terry, V., Paré, L., Banchini, C., Stefani, F., Kahane, F., Lin, K.-K., Braghiere, R. K., Field, K. J., Soudzilovskaia, N. A., Elhance, J., Kokkoris, V. … Kiers, E. T. (2026). Global density and biomass of arbuscular mycorrhizal fungal networks. Science, 382, 1171–1176. DOI: 10.1126/science.adu4373 (pubblicato l'11 giugno 2026).

Studi correlati dello stesso gruppo

  • Hawkins, H.-J., Cargill, R. I. M., Van Nuland, M. E., Hagen, S. C., Field, K. J., Sheldrake, M. … Kiers, E. T. (2023). Mycorrhizal mycelium as a global carbon pool. Current Biology, 33(11), R560–R573. DOI: 10.1016/j.cub.2023.02.027
  • Oyarte Galvez, L., Bisot, C. et al. (2025). A travelling-wave strategy for plant-fungal trade. Nature, 639, 172–180.
  • Bisot, C. et al. (2026). Carbon–phosphorus exchange rate constrains density–speed trade-off in arbuscular mycorrhizal fungal growth. PNAS, 123, (6) e2512182123.

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