Gelo e Funghi: che cosa succede "sottozero" nel bosco?
Alla prima ondata di gelo scatta sempre la stessa domanda: “Con questo freddo l’anno prossimo ci saranno più funghi o di meno?”. In superficie il bosco sembra morto, ma sotto la neve il micelio continua a lavorare, tra rallentamenti, protezioni e qualche rischio in più quando la neve manca.
Quando arriva l’inverno e il bosco si copre di neve e gelo, molti raccoglitori si chiedono quanto il freddo inciderà sulla stagione dei funghi successiva. La domanda è tutt’altro che banale, perché ciò che accade nel sottosuolo nei mesi più rigidi può avere conseguenze concrete sulle fruttificazioni dell’anno dopo. In superficie tutto sembra sospeso: il bosco tace, la vita si ritira, il terreno gela. Sotto la lettiera, però, il micelio non si spegne: rallenta il suo metabolismo, mentre la neve svolge un ruolo chiave nel proteggerlo dagli sbalzi termici più estremi. In molti studi condotti in ambienti temperati e alpini, uno strato nevoso precoce e continuo mantiene la temperatura del suolo molto vicina a 0 °C per gran parte dell’inverno, anche quando l’aria scende stabilmente sotto –5 / –10 °C. Questo isolamento permette al micelio di attraversare la stagione fredda senza danni profondi e di ripartire in primavera con buona efficienza. Al contrario, inverni poveri di neve o segnati da gelate ripetute su suolo nudo favoriscono un maggior approfondimento del gelo e possono danneggiare la porzione più superficiale del micelio, con possibili ripercussioni sulla produzione di funghi negli anni successivi.

Nei funghi simbionti, come i porcini, la rete miceliare resta relazionata alle radici degli alberi e mantiene uno scambio di sostanze, alquanto rallentato ma continuo: le radici, infatti, non si spengono mai del tutto, e le porzioni più profonde restano vitali anche nei mesi più freddi. Misure effettuate nei primi centimetri di suolo (5–20 cm) in foreste temperate mostrano che, sotto una copertura nevosa stabile, la temperatura resta in genere compresa tra circa 0 e –3 °C, valori compatibili con la sopravvivenza di radici ed ectomicorrize, sia in boschi di latifoglie sia di conifere, come descritto in diversi testi di fisiologia forestale (Smith & Read, 2008). Per i funghi saprotrofi, cioè quelli che si nutrono decomponendo foglie, aghi e residui legnosi, il freddo rallenta in modo deciso il lavoro, ma non lo ferma. Anche in pieno inverno il suolo non è mai davvero “spento”: continua a emettere una piccola ma misurabile quantità di anidride carbonica, segno che la lettiera viene ancora trasformata, seppur a velocità ridotta. Studi condotti in foreste temperate e subalpine mostrano che, sotto la neve, questo “respiro” invernale può rappresentare comunque una frazione non trascurabile del totale annuo; di fatto, la neve, quando c’è, aiuta a proteggere suolo e micelio dal gelo più duro; mentre, in annate con poca neve, le gelate arrivano più in profondità e possono danneggiare le ife superficiali, come si è visto in esperimenti in cui il manto nevoso è stato volutamente rimosso da alcune parcelle rispetto a quelle lasciate intatte.

Dal punto di vista strettamente micologico, la comparsa di veri funghi invernali rimane un fenomeno relativamente di nicchia, limitato a poche specie ben adattate. Flammulina velutipes, il classico fungo che “sfida” il gelo, è capace di fruttificare con temperature dell’aria prossime allo zero e, in condizioni controllate, forma sporofori in modo ottimale attorno ai 7–10 °C, mantenendo la crescita miceliare anche a temperature inferiori. Un’attitudine simile, sebbene meno evidente, è quella di alcuni funghi lignicoli come Panellus stipticus, Sarcomyxa serotina, il falso chiodino Hypholoma fasciculare e, in talune situazioni, il piopparello Cyclocybe aegerita, osservabili in sporadiche fruttificazioni durante gli inverni miti dell’Italia centro-meridionale o nelle fasce costiere riparate dal gelo. Le specie propriamente terricole, invece, tendono a rallentare o sospendere la produzione di sporofori almeno da fine novembre a marzo negli ambienti montani e collinari, mantenendo un’attività più continuativa solo nelle aree costiere-marittime dove il clima invernale è più temperato. In queste zone ad esempio lungo i litorali tirrenici, su alcune isole e in tratti della costa ligure, le temperature minime restano spesso sopra lo zero anche in pieno inverno, e ciò consente fruttificazioni di specie di notevole interesse micologico.

Tornando alla tematica del “freddo”, durante l’inverno, soprattutto nei boschi collinari e montani, il terreno funziona come una riserva naturale: sotto neve e ghiaccio si accumulano acqua e sostanze organiche che verranno utilizzate con la ripresa della primavera. Questo non significa, però, che un inverno nevoso garantisca di per sé una grande stagione di funghi. La neve protegge il suolo, mantiene più a lungo l’umidità e limita la penetrazione del gelo, ma la differenza la fanno le condizioni che seguono il disgelo. Servono piogge distribuite in modo favorevole, temperature miti e un suolo capace di trattenere l’acqua nei momenti chiave. Non è raro, per esempio, che in alcune primavere si osservino buttate di spugnole (Morchella spp.) o altre specie saprotrofe precoci solo in certe zone, mentre altrove il bosco resta silenzioso: più che la quantità di neve caduta, conta come e quando quella risorsa idrica viene restituita all’ecosistema. Se dopo il disgelo prevalgono vento secco e assenza di piogge, anche un inverno apparentemente “promettente” può tradursi in una stagione povera. Al contrario, a volte poche piogge ben collocate nel tempo sono sufficienti per attivare finestre produttive interessanti, anche dopo un inverno poco nevoso. Questo vale in particolare per molti Ascomiceti e per i saprotrofi delle prime fasi primaverili.

Per i funghi simbionti il discorso è più stretto, perché tutto ruota intorno alla pianta ospite. Il micelio dei porcini, ad esempio, resta vivo e protetto sottoterra durante l’inverno, ma la vera ripresa fisiologica che porterà poi alla fruttificazione inizia solo quando l’albero torna in piena attività fotosintetica, con suolo ormai caldo e radici nuovamente attive nell’assorbimento di acqua e nutrienti. È per questo che le prime “crescite” di simbionti come Boletus pinophilus (in genere tra i più precoci) si osservano solo a stagione avanzata, quando la pianta “sente” davvero la primavera. Il legame profondo con il ciclo vegetativo dell’ospite spiega perché le stagioni micologiche possano risultare così variabili e imprevedibili anche tra boschi simili e annate meteorologicamente confrontabili.

Per semplificare, immaginiamo di essere il micelio di un prataiolo comune, Agaricus arvensis, latente sottoterra in pieno inverno. In questa fase le ife rallentano ogni attività: la crescita si blocca quasi del tutto e il micelio si limita a sopravvivere, consumando il meno possibile delle riserve accumulate nei mesi precedenti. L’umidità del terreno e la copertura di foglie, erba secca e neve contribuiscono a mantenere una temperatura più stabile, spesso prossima allo zero e comunque superiore a quella dell’aria in superficie durante le notti più fredde. Questo isolamento naturale permette alle cellule del micelio di evitare il congelamento interno e riduce i danni da disidratazione. Le porzioni più superficiali possono comunque subire danni, soprattutto negli inverni secchi o con gelate improvvise senza neve; la parte di micelio più profonda, invece, rimane protetta e costituisce il “cuore” della rete fungina che, con l’arrivo della primavera, tornerà ad allungare le sue ife nel suolo. In questi mesi freddi il micelio non entra in un vero letargo, ma si adatta al freddo con una sorta di “pausa attiva”, sostenuta anche dalla produzione di sostanze che migliorano la tolleranza alle basse temperature. Quando le condizioni tornano favorevoli (suolo più caldo, umidità sufficiente, disponibilità di nutrienti) la crescita riprende e il ciclo del fungo può ricominciare. E le spore? Anche loro affrontano l’inverno in attesa. Dopo essere state disperse nell’ambiente nei mesi precedenti, le spore di Agaricus arvensis, come quelle della maggior parte degli altri funghi, non germinano subito. Le condizioni fredde e spesso secche, tipiche dei mesi invernali, non sono favorevoli alla germinazione: la maggior parte delle spore rimane inattiva per settimane o mesi, sopportando gelo e mancanza d’acqua grazie alla loro struttura resistente. Solo quando la temperatura del suolo torna a salire e l’umidità aumenta, con la primavera o dopo piogge abbondanti, le spore trovano un ambiente adatto per iniziare a germinare e sviluppare nuove ife, contribuendo ad accrescere e rinforzare il micelio preesistente. Questa strategia di attesa consente al fungo di sincronizzare la nascita di nuovi miceli con i periodi dell’anno in cui le probabilità di sopravvivenza sono maggiori. Se infine ci mettiamo nei panni del micelio di un fungo simbionte come i porcini o Amanita rubescens, il quadro cambia ancora. Nel cuore dell’inverno, la vita rallenta anche qui: le ife smettono quasi del tutto di crescere, il consumo di risorse si riduce e l’obiettivo principale diventa mantenere il legame vitale con le radici dell’albero ospite. A differenza dei saprotrofi come i prataioli, però, questi simbionti dipendono direttamente dall’attività fisiologica della pianta. Finché l’albero resta in una fase di riposo, con fotosintesi minima e metabolismo rallentato, anche il micelio rimane in attesa. La protezione offerta dal suolo, dalla lettiera e, quando presente, dalla neve, consente alla parte più profonda del micelio di evitare i danni da gelo; la vera ripresa, però, arriva solo quando, con la primavera avanzata o l’inizio dell’estate, l’albero torna a pieno ritmo, riprende la fotosintesi e ricomincia ad assorbire acqua e nutrienti dal terreno. È in quel momento che il micelio riceve zuccheri e risorse sufficienti per intensificare la crescita, attivare il metabolismo e avviare il processo che, dopo alcune settimane, porterà alla formazione degli sporofori. Questo spiega perché nei boschi, i funghi simbionti come i porcini, come Amanita rubescens fruttificano tipicamente più tardi rispetto ai saprotrofi primaverili: senza la piena ripresa della fotosintesi da parte della pianta ospite, il loro ciclo resta "congelato".