Sembra una mazza di tamburo, ma è tossico: il fungo tropicale che si diffonde in Italia
Ha causato intossicazioni a chi credeva di mangiare mazze di tamburo. La storia di Chlorophyllum molybdites attraversa le coste siciliane, una pianta ornamentale a Cagliari e i prati dei parchi mediterranei: conoscerla aiuta a capire il fungo e le ragioni della sua presenza.
Ha il portamento della mazza di tamburo, cresce fra l'erba dei parchi, nelle aiuole e perfino sulle spiagge, e da una ventina d'anni fruttifica all'aperto nel Centro-Sud Italia. Chlorophyllum molybdites è un fungo tossico, e il carattere che più chiaramente lo tradisce compare soltanto quando il fungo è maturo.
Dopo le piogge di fine estate e d'autunno, sui prati delle ville comunali della Sicilia orientale, nelle aiuole dei giardini, fra gli ulivi e gli agrumi e perfino sulla ghiaia del litorale ionico spuntano grandi funghi bianchi, talvolta isolati, più spesso a decine, allineati in file o disposti in archi e cerchi. Il cappello, chiuso e quasi sferico nei giovani esemplari, si apre fino a superare i venti centimetri, crema o biancastro e cosparso di squame brune che al centro si addensano in un disco più scuro; il gambo è slanciato e porta un anello ampio, che si può far scorrere lungo il gambo; la carne è soda. A chi è cresciuto raccogliendo mazze di tamburo, i cappiddini dei siciliani, quella distesa di cappelli squamati ha tutta l'aria di una giornata fortunata. Si tratta invece di Chlorophyllum molybdites, la falsa mazza di tamburo, un fungo tossico di origine tropicale che ogni autunno manda qualcuno al pronto soccorso. Oggi lo si incontra in buona parte della Sicilia, in particolare dal Catanese al Messinese, sulla costa ionica come su quella tirrenica e fino all'isola di Vulcano; dal 2024 è documentato in Calabria, dove i ritrovamenti si sono susseguiti su entrambi i versanti, da Lamezia Terme a Roccella Ionica; nel settembre del 2023 e del 2024 è stato raccolto nel Lazio, in un giardino privato di Minturno e in un prato di Lariano, ai Castelli Romani, a circa 350 metri di quota; è segnalata la sua presenza in Sardegna e in Toscana, e sicuramente il suo areale di sviluppo è in espansione.

Come è fatta
Chlorophyllum molybdites è un fungo di grande taglia. Il cappello misura da sette a venticinque centimetri e in qualche esemplare arriva a trenta; il gambo, slanciato, è alto da dieci a venticinque centimetri e spesso da uno a due centimetri e mezzo. Nei giovani esemplari il cappello è globoso, con la cuticola ancora intera e di un grigio-bruno più scuro al centro; aprendosi diventa emisferico, poi convesso e infine appianato, con un umbone largo, poco rilevato, liscio e di colore ocra. Intanto la cuticola, asciutta e feltrata, si dissocia in placche e squame ocra-brunastre su fondo bianco o crema, larghe e addensate al centro, sempre più piccole e rade verso il margine, dove si staccano al tocco; l'orlo, fioccoso, porta spesso residui del velo. Negli esemplari dilavati dalla pioggia le squame possono mancare del tutto o assumere aspetti a lembi dissociati.

La superficie imeniale è formata da lamelle libere, molto fitte, e negli esemplari giovani bianche o crema; con la maturazione delle spore virano su toni grigio-verdastri, fino a un verde più deciso o verde-bruno. Il colore viene dalle spore stesse, verdastre in massa, ed è all'origine del nome del genere: fra i funghi lepiotoidi europei è un carattere che non ha uguali. Per vederlo con sicurezza bisogna fare la sporata, appoggiando il cappello staccato dal gambo, con le lamelle in basso, su un foglio bianco e lasciandolo riposare qualche ora: il deposito che si forma va dal crema-verdastro al verde oliva, ed è cosa diversa dal colore che si vede guardando le lamelle.

Il gambo è liscio, biancastro, privo di decorazioni; con l'età o al tocco tende a imbrunire a partire dalla base, che si allarga in un bulbo poco marcato. L'anello è doppio, membranoso e scorrevole, come quello che molti raccoglitori considerano il segno distintivo della mazza di tamburo: farlo scorrere lungo il gambo, con questo fungo, non prova nulla. La carne è biancastra, tenera nel cappello e più fibrosa nel gambo; al taglio assume tonalità rosato-rossastre tendenti ad imbrunire nella zona corticale del gambo; l'odore è fungino, gradevole, così come il sapore.
Come cresce
Chlorophyllum molybdites è una specie saprotrofa, che si nutre cioè di sostanza organica morta: sfalci d'erba, radici morte, i residui che si accumulano alla base del tappeto erboso, letame, compost e legno sepolto. Da questi materiali ricava carbonio in abbondanza; l'azoto, che gli serve per costruire proteine, acidi nucleici e la chitina delle pareti cellulari, è invece spesso scarso, e la produzione di sporofori grandi e numerosi ne richiede molto. Per questo il fungo prospera dove l'azoto abbonda, nei terreni concimati, in quelli arricchiti di letame o di compost e nei suoli di riporto, e trova il suo ambiente d'elezione nei tappeti erbosi ben tenuti, i «prati all'inglese», dove le concimazioni azotate e gli apporti di letame o di pacciame gli forniscono nutrimento e l'irrigazione l'umidità di cui ha bisogno. Un prato curato, irrigato e concimato può quindi ospitare un fungo che molti si aspetterebbero di incontrare soltanto in una guida alle specie tropicali.
La vera mazza di tamburo (e gli altri sosia)
La vera mazza di tamburo, Macrolepiota procera, presenta invece il gambo zebrato, segnato sotto l'anello da fasce nocciola-brunastre che ricordano la pelle di un serpente; le sue lamelle sono di colore bianco o crema pallido, possono imbrunire con l'età ma non diventano mai verdi; l'anello è doppio, mobile e persistente; la sporata è bianca e la carne resta bianca al taglio, o al più si tinge appena di rosa negli esemplari maturi. Predilige le radure, i margini dei boschi e i pascoli, mentre C. molybdites fruttifica in genere in prati rasati e mantenuti, aiuole e suoli rimaneggiati dall'uomo; ma essendo in rapida diffusione potrebbe adattarsi anche ad altri contesti.

Meno immediata è la differenziazione da altre specie del genere Macrolepiota, come Macrolepiota excoriata, simile nel portamento e nell'ambiente di crescita: anch'essa abita i prati e ha il gambo liscio, privo delle zebrature della mazza di tamburo. È però un fungo più minuto, con il cappello che misura di solito da sei a dodici centimetri e un gambo sottile, che supera di rado il centimetro di diametro. Il cappello, crema o biancastro con il centro ocraceo, porta squame appressate, ocra chiaro o bruno pallido, ben diverse dalle placche brune della falsa mazza di tamburo, e la sua cuticola si ritira dal margine lasciando scoperta una fascia bianca lungo l'orlo, il carattere da cui viene l'epiteto excoriata, cioè scorticata, riferendosi alla caratteristica decorazione a forma "stellata" del cappello. Le lamelle restano bianche o crema, la sporata è bianca e la carne non cambia colore al taglio.

Quando è giovane, Chlorophyllum molybdites può essere scambiata anche per il fungo dell'inchiostro, Coprinus comatus, ricercato da giovane come commestibile, che cresce negli stessi prati, lungo le strade e sui terreni smossi, spesso in file o in cerchi, e ha anch'esso un cappello chiuso, bianco e coperto di squame, con il centro ocra-brunastro. La forma, però, è diversa: nel coprino il cappello è cilindrico o ovoide allungato, spesso alto il doppio della sua larghezza, mentre nella falsa mazza di tamburo è globoso e, nei primissimi stadi, ha una cuticola liscia e grigio-bruna che solo in seguito si rompe in squame. Il gambo del coprino è cavo, percorso all'interno da un sottile cordone di fibre, e la carne resta bianca; le lamelle, bianche negli esemplari giovani, diventano rosa e poi nere e finiscono per dissolversi in un liquido scuro come inchiostro, e la sporata è nera, mentre in C. molybdites lamelle e sporata tendono al verde. Importante è anche notare come, nel genere Chlorophyllum sono confluite, in seguito agli studi molecolari dei primi anni Duemila, le specie del gruppo di Macrolepiota rhacodes, un tempo classificate fra le "mazze di tamburo". Chlorophyllum rhacodes è una specie nota e presente in Italia; presenta il cappello coperto da grandi squame arruffate, il gambo liscio che termina in un bulbo ingrossato ma non marginato e un anello doppio. C. olivieri, che cresce di preferenza sulla lettiera delle conifere, ha tinte più scure, grigio-olivastre, sulle quali le squame risaltano meno. C. brunneum, si riconosce per il grosso bulbo bruscamente marginato, le squame ampie e brune e l'anello semplice, e fruttifica anch'essa in ambienti antropizzati, come aiuole e parchi cittadini. In tutte e tre le specie, la carne al taglio vira su toni arancio-rossastri e poi al bruno-vinaccia, le lamelle restano bianche e la sporata è chiara: il genere riunisce dunque specie a spore verdi e specie a spore chiare.

Un nome dal piombo e da un micologo dell'Ohio
Chlorophyllum unisce il greco chlorós, verde, e phýllon, foglia, che nel linguaggio micologico allude alla lamella: il fungo dalle lamelle verdi. L'epiteto molybdites rimanda invece al piombo, mólybdos, e a un colore plumbeo. La specie fu descritta nel 1818 dal botanico tedesco Georg Friedrich Wilhelm Meyer come Agaricus molybdites, su materiale della regione dell'Essequibo, nell'attuale Guyana; il genere Chlorophyllum fu istituito ottant'anni più tardi, nel 1898, dal micologo inglese George Massee. Nei vecchi repertori la si incontra sotto molti nomi, fra cui Lepiota molybdites, Leucocoprinus molybdites e Macrolepiota molybdites, e uno dei suoi sinonimi, Lepiota morganii, spiega il nome associato all'intossicazione che provoca se consumata. Nella letteratura micotossicologica italiana il quadro clinico causato da C. molybdites viene infatti definito sindrome morgana, o morganismo; il nome viene da Agaricus morganii, poi Lepiota morganii, la specie che il micologo statunitense Charles Horton Peck dedicò nel 1879 al collega dell'Ohio Andrew Price Morgan e che oggi si considera sinonimo di C. molybdites.
La sindrome morgana
È una sindrome gastrointestinale a breve latenza. I disturbi compaiono di solito fra mezz'ora e due ore dopo il pasto, talvolta dopo quattro, e cominciano con nausea e pesantezza di stomaco; seguono vomito ripetuto e violento, crampi addominali e una diarrea profusa, dapprima acquosa, che può farsi sanguinolenta, spesso con sudorazione abbondante. In alcuni casi si aggiungono vertigini, disturbi della vista e della percezione, lacrimazione e salivazione, tachicardia e calo della pressione. Per lo più tutto si risolve fra le sei e le ventiquattro ore, a volte in due giorni, con la sola reidratazione. Il pericolo sta nella perdita di acqua e sali, che può portare a squilibri elettrolitici, insufficienza renale e shock ipovolemico, soprattutto nei bambini, negli anziani e in chi soffre di malattie croniche. Negli Stati Uniti, dove C. molybdites è specie responsabile del maggior numero di intossicazioni, è documentato il caso di una bambina di sei anni giunta in ospedale in stato di shock ipovolemico. La cottura, anche prolungata, non rende il fungo sicuro al consumo alimentare: nella maggior parte dei casi documentati in Italia i funghi erano stati cucinati. Sulla sostanza responsabile la ricerca non ha ancora una risposta definitiva: secondo alcuni studi, è stata isolata dal fungo una proteina, un enzima capace di demolire altre proteine, risultata letale nei topi e stabile a un riscaldamento moderato, ma resta da dimostrare che sia questa la causa dei disturbi nell'uomo.
I casi in Italia
Uno dei primi casi documentati in Italia risale al 2014 quando una madre e il figlio furono ricoverati all'ospedale di Giarre, nel Catanese. Fra il 2020 e il 2021 il Centro Antiveleni di Pavia ha seguito dieci casi siciliani, otto uomini e due donne fra i 10 e i 58 anni, tutti convinti di aver mangiato Macrolepiota procera: i disturbi erano comparsi fra mezz'ora e sette ore dopo il pasto, e nove persone su dieci avevano consumato i funghi cotti, in padella, alla griglia, in un risotto o nel sugo della pasta. Fra loro c'era una famiglia, due adulti di 47 anni e un bambino di dieci, che li aveva mangiati in una pasta al forno condita con il sugo di funghi. La donna e il bambino si sentirono male dopo quattro ore, l'uomo dopo sette; la latenza più lunga e la persistenza dei sintomi indussero i medici ad applicare il protocollo per le intossicazioni da amatossine, finché l'identificazione di C. molybdites da parte dei micologi chiarì il quadro. Tutti e tre lasciarono l'ospedale il secondo giorno, completamente guariti. Nel settembre 2023 i pronto soccorso dell'area etnea trattarono nove casi in un solo fine settimana, e fra il 2022 e il 2024, nella provincia di Catania, la falsa mazza di tamburo è risultata responsabile di dodici delle diciannove intossicazioni da funghi seguite dai micologi dell'ASP.
Da Cagliari a Mascali, poi lungo la penisola
In Europa le prime segnalazioni della presenza di questa specie risalgono ai primi anni Novanta e riguardano per lo più serre, vasi e locali chiusi, dove il fungo arrivava insieme alle piante ornamentali esotiche. Fra le prime c'è una raccolta italiana: nel 1992 fu descritta a Cagliari una fruttificazione cresciuta in un locale espositivo, ai piedi di un croton, Codiaeum variegatum. Il passaggio all'aperto è del 2005, quando la specie venne trovata nei pressi della spiaggia di Mascali, lungo il litorale ionico del Catanese. Da allora le fruttificazioni si sono fatte più frequenti e abbondanti, dalla ghiaia della costa alle aiuole cittadine, ai giardini privati, agli uliveti, dalla collina alle zone pedemontane, nel Messinese, in Calabria, Sardegna. e Lazio.
Un fungo "alloctono"
In Italia C. molybdites è considerato una specie alloctona, cioè una specie che vive fuori dal proprio areale d'origine perché l'uomo, volontariamente o no, ve l'ha trasportata. Il suo areale comprende le fasce tropicali e subtropicali delle Americhe, dell'Africa, dell'Asia e dell'Oceania, e il materiale su cui Meyer lo descrisse veniva dalla Guyana. In Europa le prime fruttificazioni sono comparse in serre, vasi e locali chiusi, accanto a piante ornamentali esotiche e fanno pensare che il fungo viaggi, sotto forma di micelio o di spore, nel terriccio delle piante in vaso. Il commercio di piante ornamentali e di terricci resta quindi la via d'introduzione più discussa. Per fruttificare all'aperto, però, un fungo tropicale ha bisogno di caldo e di umidità nello stesso momento. In Florida compare dalla primavera all'autunno, con il massimo nei mesi piovosi dell'estate; in Sicilia orientale trova condizioni simili tra la fine dell'estate e l'autunno, quando i temporali bagnano terreni ancora caldi, e da anni vi fruttifica in abbondanza, come una specie ormai stabilita. Per questo molti micologi legano la sua espansione verso nord, dalla Sicilia alla Calabria e al Lazio, al riscaldamento del Mediterraneo: un'ipotesi plausibile, che serie di dati più lunghe potranno confermare o correggere.