Fine ottobre e il bosco è ancora verde: che cosa ci raccontano i funghi?
Porcini tardivi, foglie ancora verdi e stagioni che cambiano: le ricerche europee aiutano a leggere il bosco, senza scambiare una singola uscita per una prova climatica.
A fine ottobre ci aspettiamo che il bosco cominci a chiudere la stagione: le chiome si alleggeriscono, il tappeto di foglie cresce e le mattine si fanno più fredde. Quando incontriamo ancora alberi verdi e porcini nella lettiera, la domanda viene spontanea: l’autunno è in ritardo? E se, a poca distanza, un altro bosco è asciutto e quasi privo di funghi, quale dei due sta raccontando la stagione giusta? La risposta richiede di tenere insieme due scale diverse. Le condizioni di questi giorni spiegano una fruttificazione; una serie di osservazioni lunga decenni permette di riconoscere un cambiamento. I funghi possono aiutarci a leggere entrambe, purché non chiediamo a un singolo porcino di dimostrare ciò che si misura con migliaia di dati.

L’estate 2026, vista dal suolo del bosco
Il caldo dell’ultima estate è un elemento concreto da cui partire. Nel bilancio pubblicato da 3BMeteo il 7 settembre, le elaborazioni sui dati Copernicus ERA5-Land collocano l’estate italiana 2026 al primo posto della serie dal 1950: circa +3,2 °C rispetto al 1991–2020, contro circa +2,45 °C del 2003. È importante conservare anche la precisazione del bilancio: si tratta di una ricostruzione modellistica basata sulle osservazioni, da confrontare con le misure delle stazioni. Questa anomalia nazionale non dice, da sola, quanta acqua sia rimasta nel terreno di una particolare faggeta o castagneto, e non documenta neppure il colore delle sue foglie il 25 ottobre. Per descrivere un bosco preciso servono osservazioni locali, con luogo, quota e data: i dati climatici forniscono il contesto, non sostituiscono il sopralluogo. Certo è che nella maggiorparte del contesto della Penisola, la Natura sembra essere in ritardo di circa un mese, e, con lei, le fruttificazioni di Funghi: non sono casuali le segnalazioni di presenze fungine in numerosi territori della nostra Penisola, dalla macchia mediterranea toscano-laziale alle zone appenniniche più riparate, alle foreste delle maggiori isole; e, fra i funghi più presenti, si parla ancora in abbondanza di funghi porcini, che invero sono quelli più comuni ma anche più "selettivi" verso particolari gradienti climatici.
Non è solo il freddo a colorare le foglie
Il primo freddo non basta a spiegare i colori dell’autunno. Quando la clorofilla diminuisce, diventano più evidenti altri pigmenti già presenti nelle foglie, come i carotenoidi, responsabili dei gialli e degli aranci. Nelle specie che li producono, gli antociani contribuiscono invece ai rossi e alle sfumature porpora. Questi cambiamenti dipendono dalla durata del giorno, dalle temperature e dalle condizioni della pianta. Anche la disponibilità d’acqua conta. Una siccità intensa può far disseccare e imbrunire le foglie, provocandone la caduta precoce senza che assumano colori vivaci. Giornate luminose e notti fresche possono invece favorire alcune colorazioni, ma la risposta cambia da una specie all’altra e secondo le condizioni in cui cresce la pianta. Una chioma ancora verde e una già bruna, dunque, non bastano a dirci quanto freddo abbia fatto. E il verde di un faggio, da solo, non permette di prevedere se sotto quell’albero stiano per spuntare i porcini, anche in pieno ottobre, per non dire a fine novembre!

Il fungo che vediamo è soltanto una parte della storia
I corpi fruttiferi rendono visibile, per un periodo spesso breve, un organismo che vive in gran parte nascosto nel terreno o nel legno. Nel substrato si sviluppa il micelio, la rete di filamenti che costituisce la sua parte vegetativa. La fruttificazione dipende dall’acqua disponibile, dalle temperature, dalle risorse nutritive e, nelle specie micorriziche, anche dai rapporti con le piante ospiti. La rassegna di Lynne Boddy e colleghi, pubblicata nel 2014, mostra quanto queste risposte siano diverse: in molti casi la stagione di fruttificazione si allunga, in altri si accorcia. Specie, ambienti e aree geografiche non seguono tutti lo stesso andamento. Non esiste quindi un numero fisso di giorni che separi una pioggia da una buttata. Per capire che cosa aspettarsi da un’uscita bisogna conoscere il terreno, considerare l’andamento delle settimane precedenti e sapere quali specie si stanno cercando. La pioggia è una parte della spiegazione, ma da sola non basta a stabilire quando compariranno i funghi.
Il cambiamento scritto nei "quaderni"
Nel 2007 Alan Gange e colleghi pubblicarono su Science uno studio divenuto un riferimento per la fenologia fungina, lo studio dei tempi stagionali di comparsa dei funghi. Analizzarono oltre 52.000 segnalazioni relative a 315 specie a fruttificazione autunnale, raccolte tra il 1950 e il 2005 nell’area di Salisbury, nell’Inghilterra meridionale. Un archivio costruito da 201 osservatori in oltre cinquant’anni di uscite. L’intervallo medio tra la prima e l’ultima segnalazione stagionale era passato da 33,2 giorni negli anni Cinquanta a 74,8 giorni nei primi anni Duemila. In media, le prime comparse si erano anticipate e le ultime erano diventate più tardive: le osservazioni si distribuivano così in un periodo dell’anno molto più ampio. Questi valori descrivevano il cambiamento rilevato in quell’area, senza poter essere estesi indistintamente a ogni bosco europeo. Lo studio mostrava inoltre che alcune specie micorriziche associate sia ad alberi decidui sia a conifere avevano modificato i tempi di fruttificazione in modo diverso nei due ambienti. Per interpretare il calendario dei funghi occorre quindi guardare anche alle piante con cui vivono.

Una tendenza europea, con molte differenze
Nel 2012 Håvard Kauserud e colleghi estesero l’indagine a quattro paesi europei: Austria, Norvegia, Svizzera e Regno Unito. Analizzarono 746.297 segnalazioni di 486 specie a fruttificazione autunnale, relative al periodo 1970–2007. In tutti e quattro i paesi la stagione complessiva risultava più lunga e la fruttificazione avveniva, in media, più tardi. Le differenze tra le specie erano però notevoli. Molte continuavano a comparire più avanti nell’anno, soprattutto nel Regno Unito; i funghi micorrizici avevano generalmente una stagione più concentrata rispetto ai saprotrofi. L’allungamento della stagione era dunque una tendenza generale, dentro la quale convivevano risposte diverse. Quei dati non dimostravano che ogni specie cominciasse prima, finisse più tardi o producesse più corpi fruttiferi. Anche per i funghi primaverili erano emersi cambiamenti. Uno studio di Kauserud e colleghi, pubblicato nel 2010, aveva esaminato circa 6.000 osservazioni di 34 specie, raccolte in Norvegia e nel Regno Unito tra il 1960 e il 2007. Tenendo conto delle differenze geografiche e tra specie, risultava un anticipo medio della fruttificazione di circa 18 giorni nell’arco del periodo studiato. Alcune correlazioni riguardavano inoltre le condizioni climatiche dell’anno precedente: per comprendere la comparsa dei funghi, dunque, può essere necessario guardare ben oltre le piogge e le temperature delle ultime settimane.
Il caso svizzero: fruttificazioni più tardive e abbondanti
Un altro risultato arriva dai censimenti permanenti svizzeri. In uno studio pubblicato nel 2013, Büntgen, Peter, Kauserud ed Egli analizzarono 115.417 registrazioni di corpi fruttiferi, raccolte con rilevamenti settimanali tra il 1975 e il 2006. Dopo il 1991, rispetto al periodo precedente, la fruttificazione autunnale risultava mediamente più tardiva di 12 giorni, mentre il numero medio annuo di corpi fruttiferi passava da 1.801 a 5.414. In quei siti, quindi, al ritardo si accompagnava un aumento dell’abbondanza. È un risultato che invita a evitare previsioni troppo semplici sulle conseguenze del riscaldamento. Un calo dei funghi visibili non è una risposta inevitabile ovunque; allo stesso tempo, l’aumento osservato in quei censimenti non permette di promettere raccolte più ricche in altri boschi.
Nel Mediterraneo può slittare l’inizio della stagione
Nella Francia meridionale, Vogt-Schilb e colleghi hanno confrontato le fruttificazioni di 159 specie, documentate nella prima metà dell’Ottocento e nel primo decennio del Duemila. Lo studio, pubblicato nel 2022, rilevava un ritardo medio della comparsa autunnale di circa 32,5 giorni per le specie legate al legno morto e di 19,2 giorni per i simbionti associati alle conifere. Gli autori propongono, tra le spiegazioni, un ritorno più tardivo dell’umidità nella lettiera e nei residui legnosi dopo siccità estive prolungate. Il cambiamento non interessava però tutti i gruppi allo stesso modo: alcune specie conservavano tempi di comparsa simili a quelli storici. Una comparsa più tardiva non significa necessariamente una stagione più lunga: può essere soprattutto l’inizio a essere rimandato. Per chi frequenta i boschi italiani, questi studi offrono confronti utili e indicazioni su che cosa osservare. Per capire come stiano cambiando una lecceta costiera, un castagneto o una faggeta appenninica occorrono però osservazioni locali, raccolte negli anni con criteri confrontabili. La sola somiglianza dell’ambiente non basta a trasferire ai nostri boschi i risultati svizzeri o francesi.

La parte invisibile della storia
Le interpretazioni di questi cambiamenti sono state discusse anche tra gli autori degli studi. Nel dibattito seguito al lavoro europeo, Gange e colleghi richiamarono l’attenzione sulla disponibilità di risorse, sui cambiamenti dell’habitat e sul comportamento degli osservatori. Le registrazioni su scala nazionale e un monitoraggio locale intensivo possono descrivere aspetti diversi dello stesso fenomeno. È una discussione che rende i risultati più utili, non meno interessanti: costringe a distinguere ciò che è stato contato dalle cause proposte per spiegarlo. Lo stesso vale per il carbonio. I funghi partecipano alla decomposizione e agli scambi tra piante, suolo e atmosfera, ma da una stagione di fruttificazione più lunga non si ricava direttamente quanto carbonio abbia perso un bosco.
Come osservare queste condizioni?
Un quaderno utile comincia dal contesto: data, luogo, quota, ambiente e alberi presenti. Alla fotografia del fungo conviene affiancare un’immagine dell’habitat; alla nota sulle piogge, l’indicazione della stazione o della fonte consultata. Se la determinazione non è sicura, è meglio registrare il dubbio che costruire una serie apparentemente precisa su un nome sbagliato. Conta anche come si è cercato. Tornare lungo un percorso simile e annotare il tempo dedicato all’osservazione rende più confrontabili le uscite. Una prima comparsa non è una data assoluta se il bosco è stato visitato soltanto quel giorno; una mancata osservazione dopo mezz’ora non equivale a un’assenza accertata per tutta la stagione.
Guardare insieme foglie e funghi aiuta a formulare domande più precise. Per rispondere bisogna poi tornare, confrontare e avere pazienza. Il bosco non ha un calendario appeso: lascia tracce del tempo che attraversa. Sta a noi imparare a raccoglierle, oltre ai funghi.

KAUSERUD H. et al. (2012). Warming-induced shift in European mushroom fruiting phenology. PNAS 109(36): 14488–14493. DOI: 10.1073/pnas.1200789109.
BÜNTGEN U., PETER M., KAUSERUD H., EGLI S. (2013). Unraveling environmental drivers of a recent increase in Swiss fungi fruiting. Global Change Biology 19(9): 2785–2794. DOI: 10.1111/gcb.12263.
BODDY L. et al. (2014). Climate variation effects on fungal fruiting. Fungal Ecology 10: 20–33. DOI: 10.1016/j.funeco.2013.10.006.
VOGT-SCHILB H. et al. (2022). Climate-induced long-term changes in the phenology of Mediterranean fungi. Fungal Ecology 60: articolo 101166. DOI: 10.1016/j.funeco.2022.101166.